lunedì 8 marzo 2010

l'epopea di Jubel e la musica

2004
Dev’essere stato quando gli angeli si baciavano tra loro, sulle volte, tra le nuvole o poco dopo, quando suo padre, invidioso, uccise il fratello. Mentre Astaroth cambiava sesso e nome sotto le colonne d’Ercole… Mentre Mani diceva o così o non se ne fa niente. Comunque quando fu, Jubel si mise questi fogli in tasca sicuro che un giorno io avrei capito l’antifona.

Quello che so è che a un certo punto prese una nave mercantile che dall’Africa portava carichi di banane. La prese nel senso che ne fu il capitano. Poi un giorno disse al suo già esiguo equipaggio di non imbarcarsi, che questo viaggio l’avrebbe fatto da solo. Unico a protestare fu Tomasso, gli altri credettero giusto fidarsi.
Comunque partì, solo e con un milione di banane. La chiatta salpò per il nord, il resto lo dobbiamo immaginare.

Ne riebbi notizie dall’India che stava a Calcutta. Con un aria severa e più magro del solito, faceva il medico, ma con sempre negli occhi quella cosa lontana e misteriosa da fare. Jubel guardava negli animi di quei bambini che non sapevano il male che avevano. Che gli arrivavano lì davanti spinti dai genitori o dalla curiosità. Ebbe per loro più parole che rimedi.
Una sera all’ultimo della fila confidò che doveva proprio andare. Il bambino lo squadrò e alzò le spalle.

Fra l’aria polverosa e l’asfissia per la lontananza dal mare, Jubel divenne uomo politico a Kabul, con tutti i problemi relativi al suo nome. Ce la mise davvero tutta. Tornava a casa con i morsi dell’infiammazione alla gola, per aver cercato di far valere le sue ragioni in quelle assemblee dove sembrava che per gli altri contasse solo il potere della voce grossa. Gli acuti, le tamburellanti opposizioni prive di logica, ma ridondanti di ritmo, instancabili lo sopraffecero e di notte mise una coperta sulle spalle e s’incamminò stanco e disorientato.

A volte faceva molto freddo, ma ebbe davvero la sensazione di essere stato dimenticato mentre forgiava il metallo a Minsk. Si sentiva uno fra i tanti. Uguale e nessuno, appoggiato lì dove lo svago è semplice e la gente tanto robusta quanto impalpabile. Fu spesso vicino a raccontare una delle sue storie, visto il clima della compagnia. Visto che quelli, intorno, era come se non ci fossero, ma il rischio di apparire, se pur un minimo, era troppo grosso da correre. Il rischio di lasciare segni, di ferire quel tempo con una rappresentazione di se stesso. Lì si stava rigenerando. Ritemprando. Ne approfittò. Una mattina la forgia non incontrò le sue mani. Poi ne vennero altre che tanto erano uguali.

Fischiettava mottetti sull’autocarro, mentre se ne veniva in su e in giù per i Balcani. Grattava la schiena a quella pelle vecchia di montagne e gli fischiava i mottetti e gli strambotti. Quando poi si fermava a bivaccare ascoltando la notte e corteggiando la luna, recitava due o tre versi liberi, perché solo la terra lo potesse sentire. Con la gente del posto non s’arrischiò mai ad avere rapporti maggiori di quelli di lavoro. Lui arrivava, caricava e ripartiva veloce come un saluto e dolce come mezza sigaretta, fumata con finta noncuranza. Per questo fu rispettato da tutti. Per questo, quando non lo videro più arrivare, nessuno se la prese e tutto continuò normale.

A Magonza la situazione si complicò. Non fu davvero una grande idea quella d’infilarsi in una disputa teologica. Pensava che sarebbe andato via presto e invece quelli non lo lasciarono libero. C’era da risolverla, disse uno dei più anziani, lì erano abituati così e non certo uno straniero di passaggio poteva cavarsela con una soffiata di naso. Non lo avrebbero permesso. Jubel allora dovette mentire un po’, pensò che era per un buon fine e per salvare la pellaccia, e di sé raccontò varie storie, si diede arie, tesse le laudi per qualcuno. Si fece notte e il concilio decise di continuare, ma solo dopo una rinfrescata di birra. Dio volle che quelli s’ubriacarono, allora Jubel uscì di soppiatto e svanì nella nebbia, così come c’era arrivato.

S’era fatto un’altra idea dell’Italia. Non fu la sua vicenda nelle raffinerie di Falconara un’esperienza del tutto negativa, ma il panorama e l’aria erano davvero offuscati dalla sua stessa fonte di lavoro.
Quantomeno mangiò sempre bene e c’era il mare. Mangiò così bene che quasi dimenticò il milione di banane che lo avevano sostenuto nel primo viaggio.
Ma già questa del paragone con le banane fu una prima avvisaglia di una serie che capitarono.
Dapprima nella raffineria s’accorse di una donna di Kabul, poi s’imbattè in degli uomini che portavano notizie delle condizione disagiate di certi bambini a Calcutta. Così prima che qualcuno fosse corso a chiedergli di raccontare storie o di grattargli la schiena recitando poesie, prese l’abrivio e ripartì.

Ed ecco che un giorno, mentre sto seduto nella mia cella del monastero di Sangallo a scrivere alcune frottole, ti sento un tizio alle spalle che fischietta una salmodia di qualche tempo fa. Io non sono un tipo che fa melodrammi e quindi mi giro e vedo Jubel che allarga gli occhi e mi riempie di feste e sospira allelujah!
Poi si caccia una mano in tasca e mi porge questi fogli.
Che notazione! Che notazione stupenda!
Finalmente capisco la musica.
Poi Jubel cambia espressione si volta e riparte.

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