giovedì 4 marzo 2010

il signore degli avanzi.









2001
Sedeva composto su una poltrona dallo schienale alto, il signore degli avanzi, vicino ad un telefono. Così l’apparecchio squillava e lui disponeva della sua vita e di quella di alcune anime parlando coi bassi pieni, sonori, potenti del torace. Dall’altra parte della linea ascoltavano e obbedivano... Imponente anche da seduto, dominante. Sembrava lo si vedesse attraverso una lente tanto era grande. Due mani enormi posate sulle ginocchia facevano sudare freddo l’interlocutore al minimo movimento. Un misto di accenti propri di altrettanti dialetti facevano intuire un passato di esperienze. La barba bianca; la pelle come la sezione di un albero, a contarne i giri se ne sarebbe cavata l’età. Ci sentiva poco e vedeva peggio. Gli occhi grigi e bovini oscillavano pesanti, lentamente sotto delle folte sopracciglia nervose che formavano archi. Ogni tanto tendeva i nervi del viso premendo le orbite tra le tempie e gli zigomi per accompagnare il disgusto delle sue parole. Costruiva eccessi, memoria di un carattere inopponibile nel bene e nel male. Anziano, malato, consumato, debilitato non concedeva una possibilità all’incoscienza della piena capacità dei sensi di qualsiasi essere vivente. Dietro di lui i fulmini provavano la resistenza della terra, la pioggia bombardava il suolo, il sole spaccava i campi, la grandine distruggeva i raccolti, le bombe dividevano l’aria e la veduta era a perdita d’occhio.

“Un bel tacere non l’ha mai scritto nessuno!” Mi disse e tutto questo mi fece pensare alle mie qualità. “Bisognerebbe sempre sentire qualche rumore se no si finisce a pensare ai draghi, alle lingue di fuoco; il silenzio angoscia e porta ad avere pensieri orribili che spaventano chi torna a percepire suoni e offendono la sua moralità e spiritualità; e sono inutili le urla. Il drago non ha orecchie per questo è invincibile. Si frappone tra la coscienza e l’orgoglio, in quel turbine nascosto fra i movimenti perpetui della mente, nella discarica della fantasia che ci crea e che rifiutiamo. Sotto le cantine dove si muovono gli iniziati, si nascondono culture che nascondono verità inaccettabili. E gli orrori che si maturano nell’animo aspettano l’indebolimento dei nostri sensi, il sopraggiungere del silenzio e l’oscurità. Ci abbracciano con calore e ci baciano con le labbra rosa e umide... morbido ovunque… lingua di un serpente, poi di fuoco, poi di un drago.” Girò solo le pupille grigie, riconobbe la mia sagoma: “Parlo con chi sa parlare con me! Un bel tacere non l’ha mai scritto nessuno.”

Il signore degli avanzi allungò verso di me una mano da cui penzolavano delle chiavi di un’auto. “Andiamo a prendere la mia bara.” Non so a quante persone sia capitato di sentire una proposta del genere. La reazione più probabile che mi venne in mente fu quella di non dire niente e assecondare il mio interlocutore. Viaggiammo per un’ora e mezza verso nord, arrivammo in una campagna collinare e verde. Nella tenuta i cipressi ci accompagnavano ai margini del sentiero. Caricai la bara sulla macchina, la assicurai con delle corde elastiche e la coprii con dei cellophan e dei giornali.
Il viaggio di ritorno ascoltai in silenzio la storia di un fulmine che il destino in un giorno di tempesta aveva lanciato contro un alto cipresso abbattendolo. La legna ricavata da quel tronco era il motivo del piacevole e tetro odore di cui era ormai impregnata l’auto. Avevo guidato molto e arrivato in città consideravo archiviata anche questa avventura, quando a pochi metri dalla meta ci fermò la polizia. L’imbarazzo era mediato dal senso di estraniamento e dissociazione che quell’esperienza mi aveva già regalato; il signore degli avanzi era seduto di dietro. Il poliziotto si rivolgeva a me e trapelava tutta la sua misera scaramanzia nel trattarmi come se fossi pazzo o ignorante delle regole del saper vivere e del benessere:
“Non si può portare un morto in giro così! – inveiva – In quarantanni di servizio non mi era mai capitato … matto … incosciente… e ora chi l’apre per controllare … cavolo … cavoli … (altri tipi di verdure!)…”
“Non c’è il morto lì dentro.” Dissi.
“E dov’è?”
“Sono qui.” Rispose il mio passeggero.

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